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Maria Grazia Boccolini
Mi chiamo Maria Grazia Boccolini, sono nata in un paese di mare dell’Italia Centrale dove i Gabbiani, volano tranquilli e maestosi sulla città e sulla collina circostante.
Ho vissuto sempre all’aria aperta tra terra, cielo e acqua, elemento per me essenziale come l’aria. Lavoro come bibliotecaria presso una scuola media di qui, presso l’istituto Comprensivo Senigallia Nord. So andare a cavallo e nuoto bene e mi piace molto, faccio parte di una associazione ambientalistica per la tutela del paesaggio e territorio locale.
Ho iniziato a scrivere da bambina messaggi, lettere e diari, e poesie, storie di mare e racconti.
Poi ho avuto modo di leggerle in pubblico in una manifestazione su una collina all’aperto nei pressi di una piccola chiesa di campagna da dove, di notte, cadono le stelle in grande quantità, e la luna è magnifica.
Dopo la morte di mio padre, l’anno scorso, marinaio e grande uomo di sensibilità, intelligenza, e umanità, ho deciso di pubblicare, e l’ho fatto, tre raccolte in un’anno, GABBIANI di Aletti Editore, IL NIDO DEL NIBBIO, sempre Aletti Editore, e l'ultima raccolta, con foto, TAMARINDO. Due presentazioni avvenute presso la mediateca comunale di Senigallia, con l’Assessore alla Cultura Stefano Schiavoni, giornalisti e associazioni culturali, la seconda presentazione presso la Biblioteca Comunale, con Stefano Schiavoni, Assessore alla cultura e insegnante di educazione artistica . E Giorgio Pegoli, fotoreporter di fama internazionale.
Ora sto programmando il terzo incontro – presentazione del trerzo libro – TAMARINDO- creato e impaginato da me e da Stefano Paladini.


Quando scrivere poeticamente va oltre il necessario dinamismo, tracciando percorsi, esperienze vissute, immagini sempre presentate con chiarezza, con la consapevolezza di quanto sia importante per il racconto, la parola e l'immagine.
In questo secondo lavoro editoriale Maria Grazia Boccolini costruisce il suo percorso per parola e immagine ad iniziare dal titolo della raccolta che rimanda alla grande osservazione leonardesca. E’ un libro denso di appunti e composizioni poetiche con la necessità della immagine fotografica, linguaggio che l'autrice ben utilizza al pari della parola scritta.
Sfogliandolo si intraprende un viaggio condotto con una esemplare coerenza, ci si trova immersi in sensazioni – impressioni che divengono condivise e collettive. Un libro di poesia, ma di una poesia visuale. Ritengo che il lavoro futuro di questa nostra autrice saràsempre più segnato da una personale ricerca tra la scrittura ed i linguaggi della visione.
Stefano Schiavoni, Assessore alla Cultura del Comune di Senigallia e Insegnante di Educazione Artistica dell'Istituto Comprensivo Senigallia Nord


Contatti:
Mail: maria.grazia.boccoli@alice.it


Re ArtùUlisse
Cavalli e cavalieri attendono, ordinati il riepilogo silenzioso delle azioni.
Nessun nitrito o zoccolio interrompe il silenzio del bosco, solare,
avvolto da una foschia leggera.
Maestose e vistose decorazioni avvolgono le criniere folte.
Nel silenzio appare un folgorante ordine di avvio. E un maestoso scalpiccio
Di ferri, parte all’ unisono, ma solo un momento,
poi, silenzio.
Cavalli liberi nel vento,
veri protagonisti di epiche imprese e di uomini non troppo coraggiosi
e resi eroi solo da vane parole.
Cavalli eroi e maestosi, coraggiosi interpreti di azioni dettate dalla
Cupidigia dell'uomo.
No ribelli, ma dignitosi e amorevoli,
non disprezzano, ma ubbidiscono, fino a morire.
Rinasceranno poi, in qualcosaltro di meraviglioso,
e non profanato dalla cupidigia umana.
Quando al mattino, mi risvegliati,
gli occhi e le palpebre erano
apiccicati come resina,
e l’acqua mista a sabbia,
fluttuosa sulle ciglia.
La mia bocca arsa  e
Gonfia conteneva  ghiaia e
Sabbia,
e tutto il corpo infreddolito e seminudo
allungato sulla riva.
Le onde lambivano i piedi
E le caviglie.
La mattina e la nebbia
Non permettevano tregua.
Forse qualche gabbiano,
penoso,  del mio stato,
mi sussurrava qualcosa
nell'orecchio.
Sentivo odore di sale e di catrame,
maero vivo ancora.
Ancora quel freddo pungente che mi entrava
Nelle ossa, che fare ora,
se le forze mi avessero
aiutato, mi sarei alzato,
ma non potevo.
Le gambe, pietrificate e legnose,
mi sembravano una spugna intrisa
d’acqua e sale,
quindi ascoltai per qualche
attimo solo il suono delle ondine
che frusciavano sui piedi,
freddi, tanto freddi.
Qualcosa si avvicinò a me
Ma non fui in grado di distinguere
Cosa, vedevo solo malamente,
delle impronte di gabbiano.
Forse ero ancora io, il Prode,
Ulisse, il forte e il grande,
che ora si ritrovava squamato
e gonfio come un pesce morto,
in un posto a me e ohimè,
sconosciuto e marcio.
Acqua di pioggiaIl luogo antico
Lacrime di pioggia sulla fronte
scendono lente sulle palpebre
giù fino alle gote e al mento.
Le labbra attendono ansiose
le gocce trasparenti e fresche.
Mai, fin'ora così dolci e pure,
quiete, fresche, importanti,
sul volto.
Ancora una volta sento la differenza
fra lacrime salate, quasi marine e gocce
di pioggia di nuvola sciolta.
Mi viene desiderio di ballare sotto la pioggia.
E ballo ballo col cuore, con le braccia aperte
ad accogliere questa frescura estiva e remota
come i miei antenati africani in attesa dopol
la lunga arsura estiva delle prime grandi gocce
allegre e potenti.
Suoni di tamtam e jambè richiamano i miei passi
Alla danza . Cruda terra arsa calda e crepata sotto i miei piedi.
Crepati e incalliti anche loro, ma felici di muoversi.
Molto tenpo e’ passato da allora.
Tante nuove vite rinate e ritmate dal tempo e nel tempo.
Niente rimane immutato, tutto rinasce di nuovo e rinnova la vita
Il jambè èil suo suono ritmato fa uscire lo spirito acquoso dalle nuvole
Lontane e remote. Le paure scompaiono e nasce lo spirito nuovo. Felice e puro.

Intato l’acqua scorre sotto i miei piedi e genera nuove impronte e nuovi semi.
Vorrei sentir l'odor di sottobosco e funghi
e di muschio morbido e sinuoso.
Stendermi nudo sul morbido tappeto d’erba e fiori
che mi avvolgono le membra come lenzuolo fresco e
vaporoso.
Vorrei camminar nel sottobosco a piedi nudi come il lupo
E nascondermi vorrei in cavità di tronco a cercar col fiuto
la mia dimora dal dentro della quale scoprire la notte fredda e scura,
che avvolge la luna piena e chiara.
Ascoltar l'upupa notturna e guardar negli occhi grandi il gufo.
Come un lupo affamato affronterei la valle ombrosa e
fiutar terriccio mosso da altre impronte.
Il cuore mio appartiene vivo ad altra anima vissuta.
Il corpo è avvolto da folta chioma fulva.
I miei occhi chiari vedono lontano.
Non mai paur di nulla sento nel mio petto,
ma sommessamente scoprir di essere potente.
La corsa con maggior affanno, placa l ‘ansia della notte scura.
Correndo a gambe strette fra le folte chiome dei rami cespugliosi,
veder il colore della luna, perche un giorno, anch’io fui come lui.
L’anima carpi’ il mio corpo derubandolo, e volai sospeso in altro corpo.
Lo spirito si alzo’ e mi trovai in altre membra.
Mai tradir potrei l’.essere a me ignoto, che col suo calor
mi attinge il fuoco.
Se ancor pervade il cielo la nuvolettaMadre Maria
Soffice, vaporosa, immacolata, silenziosa, sorridente, se ne và
ancor per poco, la nuvoletta di zucchero filato, color di porcellana
vitrea solitaria, nel cielo azzurro terso e areoso.

Sognante e sorridente come fanciulla con le trecce bionde arrotolate sopra il capo.
Le labbra turgide e rosso corallino nascondono dentini d’avorio ambrati.
Sola se ne va sul cielo limpido che confina il mare.
Sulla righetta dell’orizzonte, fa capolinea un velico destriero, di vele e corde,
lui è formato.

La plancia è ovale e legnosa, a righe verdi e azzurre e poi dorate.
Sembrar potrebbe, si, orsù, è l'Amerigo Vespucci ancor così lontano.

E’ austero il Veliero là giù in fondo ma incontra tra terra, cielo e acqua,
la nuvoletta or mai disfatta, da tal bellezza ed eleganza dignitosa e austera.

Che mai dire a tal trofeo elegante che sporge al mare con orgoglioso sguardo,
la prua e la plancia, indorate al sole del crepuscolo marzolino.
Quali mari varcò, Lei così elegante, snella e maestosa come una regina,
dai fianchi snelli e gli occhi da odalisca, che hanno ingarbugliato i pensieri dei marinai
di fuoribordo. Traslucida corazza fiera eleganza che mai combatte per arroganza, ma per fierezza
il mar con le sue scaglie d'onda che la accarezzano, resistente agli urti di ogni turbinio,
da ogni derivazione di rose dei venti ai porti combattuti e ventosi come non mai.

Solo il silenzio trangugia la risacca, dell’onda buia della notte scura, ma la sua ombra è lì
Assieme al cicalare delle luci della sera e del cordame che attracca alla banchina.
L’ancora è fissata e la notte riposa con lei e la nuvola le bacia il collo e sopra lei
si è assisa.
Madre, Madre, Madre
Madre finta,
Madre impaziente,
Madre nostra signora
imperitura,
senza scrupoli
e senza istinto,
senza amore.
Da donare
assai nulla.
Madre che hai
lasciato una valle
di lacrime,
notti insonni
nella speranza di un abbraccio
un bacio d'affetto
di cullar la ninna nanna
la pazienza di aspettarmi
nell'addormentarmi.
Nelle notti d'estate
calde umide, afose,
alcun sacrificio tu sei stata capace di offrirmi.
Mi hai lasciato in balia
di altre braccia sconosciute
e forti, con altro odore,
che nno fosse il tuo.
Non hai aspettato il mio sonno,
e neanche il mio risveglio,
il tuo seno non mi hai offerto.
Alcuna voce mi ha sussurato
la ninna nanna, ne mi ha
cullato.
Hai sofferto nel farmi nascere,
e io pure nel venirne fuori,
ma poi nient'altro.
E' stato un pò come morire,
Madre stanca e infelice di avermi
partorita.
Madre senza impronte delle dita.
Madre con tanti peccati da farmi
scontare a me ora, che sono grande.
Vuoto incolmabile,
vuoto insormontabile,
silenzio immenso senza amore.
Silenzio rumoroso bestemmiato.
Rosario detto con parole vane
e senza alcun significato
silenzio sortito ed incriminato.
Mi hai messo al mondo
senza avermi amato,
come un oggetto rotto abbandonato
o dimenticato.
Ora è questo il mio vuoto incolmato.