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Gianni Sutera
Gianni Sutera è scrittore, poeta, fotografo, pittore, inventore e scultore. Da sempre interessato a tutto ciò che è arte, si esprime attraverso diverse e molteplici forme.
Fin da giovane si è dedicato all’arte delle fotografia; particolarmente colpito dai volti e dalle tradizioni che si andavano perdendo, egli ha cercato di fissare le immagini nella memoria perché rimanessero vive anche per le generazioni future.
Accanto all’arte della fotografia Sutera ha sempre amato scrivere racconti, romanzi e poesie. Da diversi anni si è avviato sulle strade dell’espressione pittorica e della scultura, sempre pronto a scoprire nuove vie per dar corpo alla sua creatività e alle sue conoscenze.
Diverse sue produzioni artistiche sono state pubblicate in riviste specialistiche e in siti Internet dedicati all’arte. Ha pubblicato alcune opere letterarie e articoli in quotidiani e mensili. Ha partecipato a numerose manifestazioni artistiche anche a livello internazionale ottenendo interessanti riconoscimenti. Alcune sue opere sono state vendute negli Stati Uniti D’America, a privati e a multinazionali.


Hanno scritto di gianni sutera, poeta
Poesia estemporanea e tematiche ricorrenti nella lirica di Gianni Sutera
Temi, concetti, rimembranze di un poeta estemporaneo.

Cosa è un poeta? Un pazzo, un visionario, un illuso capace ancora di  assorbire da questo mondo il bene ed il male e mutarlo in potabile, commestibile,  digeribile?  E cosa è un poeta estemporaneo? Un poeta logorroico malato di parole,  improvvisate quando le condizioni sono propizie e non mutano brevi istanti dopo; lo  sorprendono e gli danno la forza di fermarle e scriverle nero su bianco? In fondo, ogni forma d'arte è estemporanea nel suo venire al mondo.
Nasce da una idea fugace, che deve essere catturata.
Gianni Sutera è parlante, fino al tedio, l'indignazione che prova verso  gli avvenimenti, lo sorprende come pugno nello stomaco.
Estemporaneo perché su commissione compone liriche, più o meno brevi, che per il fatto di venire fuori fluide e spedite hanno in sé qualcosa di  meraviglioso e che di meraviglia si rinnovano.
Perché è infinitamente difficile cedere alle lusinghe dell'ispirazione, spesso è ingannevole, sfuggente, impertinente, tuttavia lui riesce a domarla e  riordinarla in versi.
In Gianni Sutera troviamo, con semplicità, un fiume in piena di parole che vanno arginate, filtrate, spuntate come rami storti.
Le sue poesie non sono intrappolate nella metrica, consueta, logica, comunque abbandonata dai moderni scrittori di liriche, libere quindi di srotolarsi,  inciampano e si ripetono all'infinito.
Non è facile inquadrare la tecnica, le tematiche ricorrenti, la sua arte, trasformandosi in belle parole, sa di nostalgia per il tempo andato, di  strazianti preghiere urlate a qualsiasi dio clemente che le ascolti e ne colga  l'amaro contenuto.
In lui si sente ancora lo strappo lacero di qualcosa che non si rimargina, che si rinnova dolorante ogni volta, come se amante deduttivo e crudele,  lo inganni ogni volta e lo riporti alle sue origini siciliane, alla sua  cultura fortemente meridionale e radicata in lui.
Nelle sue poesie vi è sempre qualcosa che lo riporta indietro nel tempo, alla sua ingenua infanzia, alle abitudini a rilento di un luogo natio  tanto amato, quanto detestato.
E possibile scorgere i tanti argomenti che lo conducono alla poesia; una notizia di cronaca, le assurdità esistenziali che generano il delirio  collettivo della gente moderna.
''Io vengo da un posto / dove le anime dei vivi / giocano con i  morti...''.
 Ricordando i luoghi dove è vissuto.
Quanti applausi / di giovani imbecilli / hai ricevuto quel giorno / entro  quella gabbia / gabbia di leoni... Riferendosi alla cattiveria della  gente,  che riflette le proprie inadeguatezze, criticando.
Vorrei scrivere una poesia/ a coloro che non riescono a vedere / perché i loro occhi / occhi spenti / vivono nel buio / buio di sempre / ed io poeta  distratto devo leggere loro i colori / i colori dell'arcobaleno.
Considerandosi portavoce di coloro che per diversi motivi, non sono in grado di esprimere se stessi attraverso il corpo, la mente, l?anima.
E poesia tutto ciò? E sintesi, di un concetto molto più ampio, che necessiterebbe di tutti i discorsi del mondo e di tutto il tempo del mondo.
Ecco allora catturare gli stati danimo, come un attento osservatore cattura immagini, situazioni.
La poesia di Gianni Sutera è quindi estrapolata da concetti più ampi, destinati a perdersi nel fluire naturale delle frasi, dei discorsi.
Istanti ed emozioni, catturati dalla sua mente veloce, capace ancora di prendere carta e penna e pensare.


Contatti:
Mail: giannisutera@virgilio.it


Il soldato era solo in stazioneGiochi allo specchio
Il soldato era solo in stazione
Anche la stazione era sola
distante parecchio dal centro abitato:
quattro case la chiesa la villa
il prete il maresciallo il farmacista e la mamma
colma di dolore perchè il suo povero marito
se l'era portato via il Signore
nel 1918 o giù di lì
Adesso anche il figlio
l'unico figlio
se lo stava portando via lo stato
Il soldato era solo in stazione
Anche la stazione era sola
e piangeva
quel giorno
lacrime amare
Quanti figli 
figli di quella misera terra ingenerosa
aveva visto partire
E tutta la rabbia 
di quei figli cresciuti troppo in fretta
era finita scritta sul muro esterno
coperto appena da una tettoia 
arrugginita in più punti
e dove un enorme orologio era fermo
al tempo che fu
' viva la classe 1899 '
aveva scritto una mano anonima
fante bersagliere carabiniere o marinaio che fosse
' Tornerò 
giuro che tornerò ricco assai dall'america'
Promesse speranze sogni 
tutto era scritto
con rabbia
su quel muro
Un giorno
non tanto lontano a dire il vero
anch'io volli scrivere qualcosa
Presi da terra un coccio di pietra
dura come le anime di quel posto
e scrissi
o cercai di scrivere
oppure pensai di scrivere
'' Vieni 
disse la voce della mia anima
è tempo di andare..''
Mi accompagnai al fischio del treno
che sbuffava malinconico
fumo nero e rabbia non tanto nascosta.
Dall'alto dei miei sogni
giochi d'immagini allo specchio
osservo i tuoi seni
coppe di rugiada appena baciate
dal dolce lamento degli dei
Alzi gli occhi
sollevi i capelli
con le tue mani sottili
e con civetteria sorridi alla vita
che lenta trasforma le tue certezze
nelle mie incertezze
Apri la bocca
vellutata come foglie di vita
e in essa ti avvolgi
come edera in un bagno di sole
Appagata
ti perdi dietro la collina
grigia sagoma in lontananza
di donna in attesa
Vanno i sogni
come cavalieri senza meta
al passo
al trotto
di corsa
per perdersi poi
nelle gole della memoria
Ti bagni
dolce corpo profumato di zagara
nuda
nel fiume di rugiada
giù a valle
nelle acque profonde dell'Alcantara
fiume sacro al dio Vulcano
il fabbro degli eroi
E fu proprio lì
che l'uomo volle dialogare col Divino
dove il dio Etna
secolare faro di solitari naviganti
nasconde agli uomini i suoi ruggiti
Vanno via i tuoi tanti troppi perchè
chiusi dentro i giochi di roccia di lava
dura come lame di spade
in cerca di prede
Ora appari delusa e folle
di quell'amore che solo gli angeli sanno dare
angeli come me
creati da una madre
troppo giovane arresa alla vita
e da un padre bizzarro nei suoi silenzi
Nuda ti avvicini al nido di vita sull'albero
dove un gufo e un aquilotto
aspettano l'alba che verrà.
RiflessioniPensieri
Erano poveri cristi. Iurnatari, manovali, disoccuparti, stagionali. In poche parole gli ultimi.
Nessuno durante l'anno li considerava. Spesso e volentieri erano presi in giro.
Però...però il 4 Novembre per loro era un'altra cosa. Era il giorno del riscatto e della gloria.
Arrivavano in piazza, sotto le palme, di fronte alla Casa del Combattente in coppia o da soli.
Li vedevi sbucare da via Pietro Carrera, dal Calvario, dal quartiere di San Vito, da via della Bottazza,
da via Basso Ragusa...Sbarbati, pettinati e ben vestiti. Al bavero della giacca facevano mostra, meglio dire,
splendevano al tiepido sole autunnale, le tante medaglie e mostrine dai tanti colori guadagnate, con atti eroici, sul Piave,
a Caporetto, ad Asiago. Molti di loro erano i mitici Ragazzi del 1899. Più che diciassettenni, ma abbastanza
grandi da imbracciare un fucile e indossare il grigio verde. E' inutile dire che molti di loro non fecero più ritorno al paese.
Vederli marciare, quel giorno, fieri e orgogliosi, nel tragitto che dalla piazza arrivava fino alla villa comunale, sede del monumento ai caduti di tutte le guerre, poco più di 900 metri, era un onore anche per noi ragazzini che restavamo sbalorditi e a bocca aperta nel vedere u zi Roccu u furmaggiaru, u zi Pippinu u triacusu, u zi Tanu, un omone questi grande grosso che ci rincorreva gridando come un ossesso: '...'figghi di buttana, ladri e cosa fitusa, in galera a ta finiri...'' perchè noi, piccoli mocciosi e malandrini, andavamo a rubare i millicucchi nel suo povero podere. Ancora ricordo come quelle mani enormi e callose quasi accarezzavano, come una bella fimmina, l'asta della bandiera italiana che con coraggio avevano difeso dal nemico austriaco, Altri ragazzi come loro, ma che stavano dall'altra parte del filo spinato.
Qualcuno rideva fiero, qualcun altro forse piangeva in silenzio, qualcun altro sussurava a denti stretti '' il Piave mormorava calmo e placido al passaggio dei primi fanti il 24 maggio...''.
E tutti, dico tutti, in paese, il 4 novembre, erano fieri dei loro eroi.
Eroi per un solo giorno.
Altri tempi e altra gente dirà più di qualcuno oggi.

Sicilia, novembre1980
-Mi sono disteso
sulla linea dei miei sogni
L'infinito era lì
Allungai la mano
Non ricordo se la destra 
o la sinistra
Poi volli accarezzare
le tue parole
che andavano oltre
senza farsi mai raggiungere
Eppure sembrava 
tutto così semplice
io te l'infinito
e il rumore folle delle tue carezze
che erano l'attesa dell'alba 
Ancora giochi
ancora piroette
Come un acrobata
sul filo teso
oplà mi venne da dire
per farti vedere 
i miei salti d'incanto
O era solo stupidità
dettata dalla mia gelosia?
Provai a chiudere gli occhi
I passi
sul filo teso del nulla
andavano incerti
Un passo dopo l'altro
Occhi chiusi e paura
Tanta
Non tutti siamo eroi
Eccomi qui
dissi a me stesso
guardando oltre
sono seduto ai tuoi piedi
come artista stanco
o deluso
Fai te
Cosa vuoi che cambi?
Abbiamo raggiunto l'infinito
io e te
O era solo un sogno?
Già
un sogno
E cos'è un sogno?
Un averti pochi attimi
confusa
aspettando l'alba
e fumando una sigaretta
fino a quando le ore si svegliano
da sole
per vederti dopo
sfrecciare col cuore spento
Un tutt'uno col motore
Wrrrrooon
che non vuol dire niente
Potresti parlare e dire
che so?
ciao
oppure
ti sono vicino
oppure 
stai in campana
Din don dan din don dan
E' il suono delle campane
che annunciano la Pasqua
nel villaggio dimenticato
Anche le strade sono deserte
da quando manco io
E il Cristo va
coricato sul suo letto di spine
il Venerdì Santo
che è diventato
visto da così lontano
un giorno come un altro.
Anche Gesù è divenatato Io
Tu 
invece
sei la mia Maddalena
trafitta dalla nebbia 
che attende
dietro il monte
che si faccia giorno-
M'incamminoGli aquiloni poi
M'incammino nel silenzio del mondo
chiuso nell'essere che sono
mentre le parole mi cadono addosso
Sono come schiuma di mare o fiocchi di neve:
si sciolgono alle prime luci dell'alba
o si allontanano come portate via dal vento
che non vuole trovare pace
perchè nei sogni vuole vivere
aggrappato come polipo sugli scogli
in attesa che la marea lo porti via
Nella vecchia canzone del mare
mi sono perso
e sulle onde ho ritrovato i sogni galeotti
Quando sono nato
Non un giorno di più non uno di meno
I conti tornano
come le onde solitarie dell'incertezza
che naviga sempre a vele spiegate
per poi perdersi in giorni sempre uguali
scanditi dal pendolo del tempo
in un tic tac che non ti lascia respiro
e ti soffoca nel sonno della vita
Sulla collina davanti a me
trafitta da fili di nebbia
così sottili che puoi vederne i contorni
ho alzato la bandiera dell'arresa
Un giorno vale l'altro
quando la tua vita si deve fermare
per guardare
non l'alba che ti aspetta all'angolo del ring
per l'ultimo gancio sinistro
quello che ti mette KO
ma la tua anima che nel silenzio della notte
toglie il disturbo per addormentarsi
nel palmo della mano di Dio
che non ti canta le ninne nanne
come faceva tua madre
o le anime care di casa tua
Dio non canta nè parla nè grida nè ti accompagna
Dio veglia
solamente veglia i tuoi passi
trafitti dai chiodi della croce
sul monte che hai appena scalato
senza trovare i tuoi sogni
che si sono persi nel buio della tua anima
e che dopo hai voluto comprare
al mercatino dell'usato
scambiando la tua vita
che non valeva neanche trenta denari
con le carezze di una donna stanca
venduta al banco dei pegni
all'angolo della via dove il fruttivendolo
grida le sue delizie.
Non ci sono più nuvole
in cielo
e gli aquiloni poi
hanno perso i loro colori
Anche le parole
non hanno più senso
come i ricordi
che si perdono
oltre la linea dell'orizzonte dei miei anni
dove il cielo fa le carezze al mare
in un eterno andare-venire
Come su una tavola da ping pong
Tum tum tum tum tum
E' il mio cuore che scappa
o va o m'insegue
Fate voi
Voi che mi sentite
ma non mi ascoltate
Dio
ha in sè tutte le anime del mondo.