Non è facile seguire le vicende della topografia di Messina in età islamica e
nella prima età normanna, giacchè
non esistono rilevanti resti archeologici
- ma solo tracce, come si vedrà in
seguito – né fonti letterarie attendibili,
né tantomeno documenti cartografici:
si può però ipotizzare che la città sia
stata limitata dai torrenti Boccetta e
Portalegni e che i fenomeni urbani si
siano svolti entro questi ambiti. Non
sembra, in ogni caso ipotizzabile una
involuzione della città, quanto, piuttosto
un periodo di
stasi, perché, fino
all’età musulmana – anche se la
città più importante
della Sicilia è Siracusa, ritenuta
quasi la
capitale dell’isola
fino alla conquista
islamica – la
storia politica
messinese, per
quanto non documentabile
in modo sufficiente, mostra
una certa vitalità.
Essa si consolida in età bizantina,
quando la consistenza delle città ioniche
resta pressocchè inalterata e
Messina – difesa da robuste mura
resiste all’attacco di Totila – assume il
ruolo singolare, tra il IV ed il IX secolo
d.C., di riunificare le due sponde dello
Stretto. In questi secoli, infatti, le due
riviere si presentano legate da interessi
economici e politici comuni sotto
l’azione coordinata della città peloritana,
mentre inizia a diffondersi, nei
dintorni dell’abitato, l’allevamento del
baco da seta, che le darà, nei secoli
successivi, una posizione di preminenza
economica.
La situazione precipita sotto la dominazione
islamica
La situazione precipita sotto la dominazione
islamica: mentre per Palermo
e per le altre città della parte occidentale
dell’isola inizia un periodo di rigoglio
commerciale e di intense relazioni
con gli altri paesi governati dai musulmani,
per Messina inizia una fase di
crisi. La lenta penetrazione dei musulmani
nell’angolo nord-orientale dell’isola
– in cui i centri di Taormina, sulla
costa di Levante, e di Rometta a nord,
sono gli ultimi a cadere – taglia fuori,
in un certo senso, la città dal resto del
contesto isolano, ed il suo territorio,
ambìto dai nuovi dominatori per l’abbondanza
del legname, è spesso teatro
di guerra. Pare addirittura che una
parte degli abitanti della città si rifugino
a Rometta, in un sito quasi inespugnabile,
30 chilometri ad ovest sul
versante tirrenico dei monti Peloritani,
e le conseguenze di questo notevole
abbandono della città sono messe in
risalto dal geografo Yaqut, un greco
arabizzato che scrive intorno alla metà
del XIII secolo, attingendo a fonti anteriori.
Quest’ultimo riferisce che Messina è “un paesello sulla costiera della
Sicilia”. Solo negli ultimi anni della
dominzione islamica, poiché la città
acquista importanza militare come
testa di ponte per imprese condotte
sia da bizantini che da musulmani, si
assiste ad un risveglio della comunità
locale e saranno proprio i musulmani a
fortificare questo estremo lembo della
Sicilia, rinsaldandone le mura e popolandone
il castello: tanto che, all’arrivo
dei Normanni, la città si presentava
abbastanza fortificata, con un buon
porto abitato da un certo numero di
musulmani. Chi scrive ritiene abbastanza
probabile, in base anche alla
costruzione di fortificazioni successive,
che il sistema difensivo messinese in
età islamica dovesse concentrarsi sui
colli che dominavano le principali vie
d’accesso alla città: quindi la zona di
Camaro, i colli Sarrizzo ed il Monte
Ciccia. Per ciò che concerne la presenza
effettiva dei musulmani in città
non ci si può esprimere, poichè non
sono state trovate strutture o reperti di
altro tipo che ne testimonino la colonizzazione
e da alcune, fonti peraltro
dubbie, si sa che la città si arrese
spontaneamente nell’843 d.C. e per
mezzo di alcuni accordi con le autorità
cittadine gli Arabi si limitassero a sfruttare
il porto e le fortificazioni della città.
La conquista dei Normanni
Con la conquista dei Normanni si apre
per Messina un periodo rigoglioso ed
a determinarlo è ancora la valorizzazione
della sua posizione geografica.
Per i conquistatori, che giungono dal
continente, la città è la chiave della
Sicilia e diventerà in seguito, ultimata
la conquista, il centro del territorio
normanno. Il segno di questa funzione
preminente della città è documentato
dalla portata dei privilegi che le vengono
concessi dall’amministrazione normanna
e che ne potenziarono le condizioni
generali. Non solo: Messina
diverrà importante scalo per le navi
crociate che si dirigono in Terra Santa
e lo Stretto sarà il punto d’incontro
delle vie marittime che dai porti del’Europa
occidentale conducono in Oriente.
E la vitalità del porto, che trova
larga eco nella descrizione dei contemporanei,
insieme con la sua singolare
configurazione, ha riflessi immediati
sull’assetto urbanistico: entrambe
producono in ambito urbano precise funzioni e dislocazioni che si mantengono
per secoli.
Non si hanno ancora, per questo periodo,
documenti cartografici relativi al
complesso urbano, ma abbondanti e
probanti si dimostrano le fonti letterarie:
e da esse si ricava che i Normanni,
quasi a sancire il nuovo ruolo assunto
dalla città, si preoccupano di
potenziare il suo sistema difensivo e, nel 1081, Ruggero “nonostante le torri
che si trovavano presso Messina, iniziò
a costruire le fondamenta del castello
con cemento artificiale”. Vengono
così ricostruite, su una nuova linea,
le mura: esse partono dal Palazzo
Reale, simbolo del prestigio dei conquistatori,
situato nella parte più protetta
del porto – dove oggi sitrova il
palazzo della Dogana –; corrono lungo
il litorale fino alla foce del torrente
Boccetta, allora detto “Cannizzaro”,
dove sorgeva la fortezza di S. Giorgio
al Molovecchio (da cui si tendeva fino
al 1392 una catena che giungeva fino
all’estremità della falce); salgono quindi,
costeggiando il letto del torrente e
passando sugli estremi colli della catena
peloritana, chiudono
dentro il poggio di Rocca
Guelfonia, alto 60 metri
sul mare (su cui, durante
il soggiorno di Riccardo
Cuor di Leone, venne
iniziata la costruzione di
un forte che si chiamò
“Matagrifone”), e poi il
colle della Caperrina di
uguale altitudine ed infine
i quartieri sulla riva sinistra
del Portalegni, scendono
poi lungo questo
torrente e circondano la
contrada del Paraporto.
Qualche tratto di queste
mura è ancora visibile in
una carta cinquecentesca
e nelle stampe che, dopo gli amplimenti
dell’epoca, ritraggono i lineamenti
della città nella seconda metà
del XVI secolo: un tratto di alcune
centinaia di metri, corre
lungo l’argine
del Portalegni, sul fronte meridionale
della città, mentre un altro di uguale
lunghezza s’innesta nel Palazzo Reale
ed avanza in direzione sud fin quasi al
Portalegni, fronteggiando la riviera
dello Stretto. Intanto si delinea più
pienamente la funzione commerciale
della città. Il traffico è alimentato dai
prodotti della terra, legname, frumento,
frutta, in particolare mele, susine,
castagne, nocciole), dal cotone, dallo
zucchero, dal lino, coltivato a Milazzo
e Galàti, e, seppure in misura minore,
da manufatti industriali come le sete di
produzione locale. I rapporti commerciali
intercorrono frequenti oltre che
con la vicina Calabria – gravitante
politicamente su Messina – anche con
la Barberia, l’Egitto, le coste meridionali
della Francia, quelle orientali della
Spagna, quelle meridionali dell’Inghilterra.
Il movimento portuale raggiunge, forse, il suo apice durante le spedizioni
in Terra Santa, quando il porto diventa
uno scalo per le navi crociate.
Messina è uno dei porti
più attivi del Mediterraneo
Messina è così uno dei porti più attivi
del Mediterraneo e vi si registra la
mistura etnico-linguistica della città di
mare (Falcando la definisce un covo di
avventurieri). Sono numerosi i Greci,
raggruppati intorno alle chiese grecoortodosse
di Haghios Eustachios
(Sant’Eustachio), Haghios Zacharias
(San Zaccaria), Haghioi Tessarakonta
(I Santi Quaranta), S. Giovanni Teologo:
tutte di difficile identificazione sul
suolo urbano odierno. Vi si stabiliscono
numerosi mercanti stranieri: tra i
primi, già nel 1116, i Genovesi, ai quali
si aggiungono in cospicuo numero
Amalfitani, Fiorentini, Pisani, Veneti ed
Ebrei che stabiliscono qui i loro fondaci
e lasciano delle tracce nella toponomastica
urbana. In prossimità della
città si trovavano dei rigogliosi frutteti;
Ibn Jubayr così li descrive: “I dintorni
paiono tanti giardini abbondanti di
mele, castagni, nocciole, susine ed
altra frutta”. Numerose erano le chiese sparse un po’ ovunque sull’area cittadina.
dedicata a S. Maria la Nuova, la
chiesa di S. Nicola all’Arcivescovado,
fondata da re Ruggero. Si moltiplicano
poi, fuori le mura, i luoghi ospedalieri
ed i conventi. Già extra moenia erano
state edificate nel VI secolo le chiese
di S. Giovanni di Malta e di S. Stefano,
nel 603, ambedua a nord del torrente
Boccetta.
Questi edifici costituiscono quasi l’annuncio
di nuove espansioni e si trovano
persino sulla falce. Proprio qui,
all’entrata del porto, viene edificato da
Ruggero II – tra il 1122 ed il 1132 – Il
monastero di S. Salvatore, retto dai
monaci basiliani, con il compito di riunire
i monasteri greci della Sicilia e
della Calabria meridionale. Ed è ora al
monachesimo basiliano, che consolida
la sua presenza in Sicilia durante il
periodo normanno, che si deve la costituzione
intorno a Messina di alcuni
monasteri, come quello di S. Maria a Mili, di S. Nicandro, di S. Nicone, di S.
Anna e di S. Maria di Bordonaro. Lungo
il Portalegni si trova il più importante
monastero dell’epoca normanna
dedicato a S. Maria de Messana, e
nello stesso periodo sulla riviera di
tramontana, piuttosto lontano dal centro
urbano, viene fondato un monastero
(il futuro convento di S. Francesco
di Paola), mentre sulle prime pendici
dei colli S. Rizzo nasce un altro monastero,
retto da monache benedettine e
chiamato S. Maria della Valle o Badiazza.
Verso la fine del XII secolo un
incendio distrugge buona parte della
città, ma non se ne possono valutare
gli effetti né sul piano urbanistico, né
su quello demografico. Si può dire
però che la fisionomia che l’abitato
assume nell’epoca normanna costituisce
quasi la base per lo sviluppo che
la città avrà nei secoli successivi. Si
concentrano in prossimità dell’inarcatura
del porto le funzioni caratteristiche
della città che trovavano chiara
espressione nel Palazzo Reale, nell’arsenale, nel Duomo e nell’arcivescovado.
Intorno a questi edifici che polarizzarono
la vita medievale di Messina, gravita
il resto dell’agglomerato urbano
intessuto di strade tortuose, le cui
maglie irradiano da ogni nodo, si inarcano
secondo i richiami degli altri e si
incrociano con un disegno dominato
da linee sinuose.
Gli assetti della città, determinati dalle
precise funzioni che Messina assume,
sono ancora bene evidenti nelle prime
carte a stampa risalenti al XVI secolo
e che documentano con sicurezza
l’articolato impianto urbano. E’ possibile
che ospitasse un cospicuo numero
di abitanti, ma la loro entità non ci è
nota.
Fonti:...ipse comes cum trecentis militibus
subsecutus, ut semper militia praesumptuosus
et magnarum rerum attentator,
mare, incertis hostibus, impune transiens,
ad locum, qui Trium Monasterium dicitur,
applicuit; navesque remittens, ne forte
aliquis suorum ad illas refugeret, Messallam
oppugnatum vadit. Quam inermem inveniens
-nam iamdudum defensores eius
peremerat - urbe capta, turres et propugnacula
eius diruit: quos invenerunt interfectis,
quibusdam vero ad Panormitanas
naves transfugientibus, anno ab incarnatione
Domini MLX[I].
"...il conte in persona lo seguì con trecento
cavalieri, poichè egli era molto sicuro di sè
in guerra e tentava sempre azioni grandiose,
egli attraversò il mare in sicurezza
ed approdò nel luogo chiamato Tremestieri
e rimandando indietro le navi affinchè i
suoi uomini non fuggissero, pose l’assedio a
Messina. La quale si trovò indifesa –giacchè
i suoi difensori erano stati tutti uccisi
prima – ed egli, una volta conquistata la
città, distrusse le torri ed i bastioni : i
sopravvissuti, una volta visti i morti, fuggirono
sulle navi palermitane. Tutto ciò accadde
nell’anno 1061 dalla nascita di Cristo."
Da Goffredo Malaterra « De rebus gestis
Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et
Roberti Guiscardi Ducis Fratris eius»