28 dicembre 1908 ore
5,21 i sismografi dell’Osservatorio registrano una
impressionante oscillazione
dei misuratori, le ampiezze
dei tracciati sono così
grandi che non entrano nei
cilindri,
si comprende che da qualche parte sta accadendo qualcosa di grave.
L’apocalisse segnalata dai
sismografi interessava lo
stretto di Messina.
E’ ancora notte, qualcuno
per la strada fischietta ancora l’aria dell’Aida rappresentata la sera prima al
Teatro Vittorio Emanuele,
l’aria di dicembre è
frizzantina e si
respira attorno un’atmosfera di serena attesa dei festeggiamenti
di fine anno.
Improvvisamente la natura, che mai
tiene in conto i progetti
dell’uomo, si
manifesta in
tutta la sua
potenza. Un
terremoto
(tra i più potenti della scala Richter, pari a
storia italiana) di 7,1 gradi 11-12 gradi della scala
Mercalli, seguito da un altrettanto devastante maremoto, sconvolge le coste
ed i territori di Messina e
Reggio. La città di Messina
fu sostanzialmente rasa al
suolo.
Solo il 4% degli edifici rimasero
integri, il 5%
ristrutturabile, il restante
91% fu trasformato in un
ammasso di
macerie. L’imponente “Palazzata”
opera seicentesca dell’architetto Simone Gullì, ricostruita dopo il
terremoto del 1783 dall’architetto Giacomo Minatoli, non c’era più. Messina
restava orfana del suo“Teatro marittimo” una
delle opere più conosciute
ed ammirate di questa città. Distrutte molte chiese
tra cui quella di S.Gregorio, sopra via dei Monasteri (oggi XXIV
Maggio) edificata nel 1688
su progetto di Andrea Calamech, un campanile caratteristico a forma elicoidale su progetto dello Juvarra edificato nel 1717. 
La facciata stessa è adornata su disegni di Filippo
Iuvarra nel 1743. L’impatto
estetico era di un fascino
particolare come licevasi
per la Palizzata, entrambe
le opere abbattute per i
danni subiti. E ancora la
Chiesa della SS.Annunziata
dei Teatini, opera di Guarino Guarini, dalla facciata concava a struttura piramidale ed il campanile arretrato, distrutto ancora una volta il Duomo e la storica sede Universitaria risalente al 1548, primo collegio gesuitico al mondo. Al disastro si aggiunse la falcidia di vite umane, 80.000 a Messina su una popolazione di 140 mila abitanti e nell’altra sponda 15.000 su una popolazione di 45 mila abitanti. Distrutte le vie di comunicazioni stradali, ferroviarie,
così come le linee telegrafiche e telefoniche. Questo rese ancor più dram-matico il disastro per la difficoltà dei soccorsi,
fruibili solo attraverso il
mare. Le esplosioni e gli incendi causati dal gas che si sprigionò dalle tubature interrotte, avvolsero la città. Il mare con
inaudita violenza si riverso sulla città con onde gigantesche alte da 8 a 12 metri che spazzarono tutto l’esistente
, risucchiando al largo cadaveri, feriti, ed ogni cosa strappata alla terra. I primi soccorsi arrivarono dai
marinai
delle navi Saffo e
Piemonte, che si
trovavano
ancorate
nel porto di Messina. La nave Spica, anch’essa facente parte della squadriglia della Regia Marina ancorata nel porto di Messina, riuscì a trasmettere , dopo aver raggiunto Marina di Nicotera, un dispaccio telegrafico alle ore 17,25 che dava già l’idea dell’immane disastro accaduto e
dell’urgenza dei soccorsi da prestare. Risposero prontamente all’SOS i marinai russi accorsi con le loro navi da Augusta , dove erano alla fonda. Seguirono i marinai inglesi al largo nel Mediterraneo con le loro navi in risposta alla richiesta di soccorso.
Il 29 dicembre anche il Re e la
regina, giunti a Napoli, si
imbarcarono alla volta di
Messina giungendovi all’alba del 30. Messina si spegneva ancora una volta,
ricchi e poveri giacevano in
una immensa bara sommersi da fango e macerie. I
palazzi che ricordavano i
fasti di una città che aveva
conosciuto giorni di splendore, spazzati via per sempre. La memoria storica di un popolo nobile ed orgoglioso cancellata dal tempo.
Il 29 dicembre di quell’anno Messina guardava speranzosa all’ennesima ricostruzione. Faticosamente e con dolore si accingeva a ridare vita ad una città ed ad un popolo spesso chiamato a risorgere dalle proprie ceneri. Cent’anni dopo siamo qui a ricordare quell’accadimento, Messina ce l’ha fatta.