
Ottorino Respighi brillante ed estroverso
musicista, dedicò un poema musicale alle “Fontane di Roma”. Quattro movimenti
che con maestria il compositore ha legato
ai diversi momenti della giornata. Linee
melodiche che si articolano e si amalgamano
con armonia, donando all’ascoltatore
una visione estatica del divenire
quotidiano: l’alba, il mattino, il meriggio,
la sera. La musica è una forma di espressione
artistica così coinvolgente che riesce
a far trascendere l’ascoltatore dai
propri limiti sensoriali, trascinandolo in
mezzo all’azione che descrive. Respighi
nel suo poema ci conduce innanzi alle
fontane di “Villa Giulia”, del “Tritone”,
di “Trevi, di “Villa Medici” facendoci
pure sentire il brusio delle acque.
Proviamo a trasportare questa magia nelle
nostre fontane. Un esercizio difficile
perché manca l’estasi della musica, perché
diverso è il pregio artistico delle fontane,
perché spesso sono carenti di acqua, perchè ..... perchè....perchè....!
Individuiamo tre momenti della giornata:
alba/mattino, mezzodì/meriggio, sera/
notte.
L’accostamento più naturale per l’inizio
della nostra giornata è costituito dalla “Fontana del Nettuno” realizzata nel
1557 da Giovanni Angelo Montorsoli,
allievo di Michelangelo. Il Montorsoli
visse a Messina per un decennio tra il
1547 ed il 1557 durante il quale periodo
realizzò, su commissione del Senato
Messinese, anche la “Fontana di Orione”
e “la Lanterna” nella zona falcata. Nettuno,
nella composizione marmorea, si erge
tra Scilla e Cariddi indicando con la sua
destra il mare. Da quella
parte per noi messinesi
ogni mattina spunta
il sole ed inizia un
nuovo giorno. Chissà se
quella indicazione vuole
essere uno sprone ad
alzarci, a metterci in
moto, a darci da fare.
Un’esortazione legittima
per un aggregato
immobile, dalle gambe
ingessate!
Respighi colora il suo
mattino con un “Andante mosso” che
culmina in un “Più vivo
gaiamente”.

Il secondo momento della giornata è il
mezzodì, preludio del meriggio. L’accostamento
ideale lo troviamo nella “Fontana di Orione” per la sua allocazione
in Piazza Duomo dove ogni giorno
appunto a mezzodì, convergono turisti e
curiosi per ammirare l’Orologio Astronomico
del Campanile. Tra i più complessi
e grandi al mondo, costruito dalla Ditta
Ungerer di Strasburgo ed inaugurato il 15
agosto del 1933. Un orologio che assembla,
simbologia, cosmografia, storia cittadina,
fede cristiana, distribuite in vari quadranti. Poco più in là, dicevamo, la “Fontana di Orione” anch’essa realizzata
dal Montorsoli, nel 1553. Voluta dal
Senato di Messina per celebrare il primo
acquedotto cittadino, progettato e realizzato
per convogliare le acque del torrente
Camaro, che alimentano anche la fontana.
In questa viene rappresentato Orione
mitico fondatore della città, che sovrasta
la composizione scultorea. Sotto si snodano,
puttini, delfini con acqua sgorgante
dalla bocca, naiadi, tritoni, su vasche
diverse culminanti
nella grande vasca,
sormontata da quattro
statue raffiguranti i
fiumi Nilo, Tevere,
Ebro e Camaro. Respighi colora il suo
meriggio con un “Allegro” seguito da
un “Calmo”.
Siamo così giunti alla
sera, ultimo respiro del
giorno che si spegne
nella notte. Questo
passaggio vogliamo
rappresentarlo con un
simbolo che indica un
momento di massimo
splendore per questa città, a cui segue il
buio di un lunga notte. La “Fontana Senatoria”
o ciò che rimane. Posta sul lato sud
del Palazzo Comunale. Una tazza marmorea
sorretta da un piedistallo con varie
decorazioni. Probabilmente proveniente
da una fontana a più vasche concentriche,
ormai perdute. Attorno al bordo esterno
sette targhe a rilievo recano, la data di
costruzione 1615, ed i nomi dei senatori
che la commissionarono:
Francesco del Giudice, Francesco Marullo,
Bernardo Moleti, Tommaso Zuccarato, Marcello Cirino, Vincenzo de Celi. Spazzata
via nel 1678 insieme al enato,
quando la restaurazione spagnola si abbattè
su questa città come un terremoto
distruggendola e spogliandola di tutti i

privilegi acquisiti in ventisecoli di storia.
Sulle macerie del Palazzo Senatorio venne
cosparso il sale in dispregio di un
popolo e di una nobile città. Il vicerè
Francesco Bonavides si macchiò di ogni
nefandezza, perfino del furto delle pergamene
custodite nella Torre Campanaria
del Duomo, che con atto criminale rubò
nella notte del 9 gennaio 1679, oscurando
la memoria storica di Messina. Una città
senza memoria cade nell’oblio, così fu di
Messina.
Quelle pergamene, 1425, furono rinvenute
casualmente da uno studioso siciliano
negli anni ’90 a Siviglia, nell’archivio della “Fondazione Casa Ducal de Medinaceli”.
Palazzo Zanca ne curò l’esposizione di
115, nel marzo-aprile del 1994.
Respighi colora la sua sera con un
“Andante meno mosso”.
L’auspicio è che segua per noi un
“Vivace assai brillante”.