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Fonte: Il Giornale
“L’Italia al centro dell’Eurotragedia”
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Ashoka Mody è docente di politica economica internazionale all’Università di Princeton e, in passato, è stato vice direttore del Dipartimento europeo per il Fondo monetario internazionale e rappresentante per l’Irlanda durante le negoziazioni per il bailout con la Troika. Autore del libro Eurotragedy, A Drama in Nine Acts (Eurotragedia, un dramma in nove atti), Mody è un critico della gestione dell’eurozona e simpatizza con la manovra del nuovo governo italiano.

Professor Mody, su Bloomberg ha detto che l’Italia ha bisogno di uno uno stimolo fiscale, aumentando lo spesa per evitare una “crisi inimmaginabile”. Che aspetto avrebbe questa crisi?

L’ultima retrocessione dell’economia italiana è iniziata a gennaio, quindi prima che ci fosse il nuovo governo. Già all’epoca, l’economia mondiale aveva iniziato a rallentare, così come quella italiana. La recessione economica aumenterà la differenza tra il Gdp e il debito pubblico, a prescindere da quello che farà il governo. Il tasso di interesse che pagherà il governo, quindi, aumenterà, causando quello che in economia si chiama “doom loop”, un termine che si usa per descrivere un aumento del tasso di interesse del governo che crea perdite su quanto tengono le banche sul debito del governo.

Per intenderci, una recessione in Italia è probabile indipendentemente da quello che succederà a Bruxelles o a Roma, semplicemente perché l’economia mondiale sta rallentando. Sarebbe, dunque, un errore seguire l’accordo originale tra la Commissione europea e quella del governo precedente, perché richiederebbe ulteriore austerity. Oggi, l’austerity non ha alcun senso perché se venisse attuata peggiorerebbe ancora di più la recessione, e si entrerebbe in un circolo vizioso. L’Italia ha bisogno di uno stimolo moderato all’economia per sopravvivere questa recessione inevitabile.

A proposito di recessione, quanto è stato efficace, secondo lei, Mario Draghi con il suo quantative easing?

È molto difficile rispondere rispondere a questa domanda. Innanzitutto sono tutti concordi nel sottolineare il fatto che il quantative easing è arrivato troppo tardi. La posticipazione di questa politica ha permesso che ci fosse un abbassamento dell’’inflazione. La Bce sembrava senza speranza. Prevedeva sin dal 2014 che l’inflazione aumentasse al 2%, ma non si sono registrati i segnali di questo aumento.

La Bce, inoltre, non è riuscita ad usare il quantative easing, come fanno altre banche centrali, per svalutare l’euro, il che aiuterebbe ad aumentare l’inflazione e portare alla crescita economica. La Bce non è mai sembrata veramente impegnata nel quantitative easing e ha fatto sapere di volerlo modificare già nel 2017. Quindi, l’euro rimane troppo forte per i Paesi più deboli (come l’Italia), e rimane relativamente debole per i Paesi più forti (come la Germania). Questo è il difetto originale dell’Eurozona.

In parole povere, economie diverse hanno necessità diverse e, in questo caso, i Paesi più deboli devono avere a che fare con una politica monetaria che funziona solo per i Paesi più forti. Inoltre, non vedo segnali che il quantative easing della Bce abbia aumentato la crescita economica nell’Eurozona. Nel 2015 e nel 2016, i primi due anni dopo l’introduzione del quantative easing, la crescita dell’Eurozona è rimasta bassa perché il commercio mondiale era basso. Nel 2017, l’economia mondiale ha iniziato a riprendersi, e quindi la crescita dell’eurozona è aumentata. La Bce si è presa il merito di questa crescita, ma la realtà è un’altra.

L’economia di tutto il mondo è infatti cresciuta nel 2017. Adesso la crescita sta rallentando (la Bce dice che è un evento temporaneo, ma è solo un modo per negare i problemi). La verità è che il rallentamento dell’economia non è dovuto a un evento temporaneo (probabilmente infatti continuerà), e nei prossimi mesi diventerà più evidente. Quindi perché la Bce non fa di più? Perché ha un problema fondamentale: gli interessi politici tra i Paesi del consiglio della Bce che limitano le sue azioni.

E quali sono gli interessi politici che limitano la Bce dal risolvere questo problema che, come ha detto lei, danneggia soprattutto i paesi più fragili dell’Eurozona?

I paesi che dominano il consiglio della Bce rappresentano i loro interessi nazionali. Risolvere queste differenze raggiungendo un compresso rallenta il processo per prendere delle decisioni. Spesso, la Germania e gli interessi nordici hanno chiaramente dominato, per esempio tra il 2013 e il 2015. Era per via dei tedeschi che il quantative easing, necessario per aiutare i paesi più deboli, era stato rallentato in questo periodo.

Lei pensa che l’Italia dovrebbe accontentare Bruxelles abbassando la differenza tra il suo Pil e il deficit dal 2.4% attuale, anche marginalmente fino al 2%, o pensa che dovrebbe chiedere all’Unione europea che accetti il suo programma, anche se si rischia delle sanzioni dalla procedura di infrazione?

Prima di tutto, non ci saranno mai delle sanzioni. La cancelliera Angela Merkel una volta le aveva definite “idiote”. I leader europei non aggiungeranno delle sanzioni economiche per aggravare un problema che già esiste. Poi, di fatto, la differenza tra 2.4% a delle qualche zero-virgola-qualcosa per cento in meno non cambia nulla. Non siamo in un laboratorio chimico, misurando le particelle sub-atomiche. In economia, questa precisione è ridicola. Il governo italiano dovrebbe concentrarsi sulle stime di crescita, che sono fin troppo ottimiste. Visto che la crescita economica sarà più lenta, le entrate saranno minori, e dunque il deficit sarà più alto del 2.4%.

Il governo italiano attuale dovrebbe diminuire le sue ambizioni di spesa, non perché lo richiede la Commissione europea, ma perché la crescita economica, che sarà più bassa di quella stimata, creerebbe un deficit troppo alto. Detto questo, uno stimolo è necessario. Sono, di principio, simpatizzante con la proposta di questo governo, perché so che più austerity sarebbe un disastro. Lo stimolo è necessario per compensare alla crescita del commercio mondiale più bassa, ma lo stimolo deve essere fatto in base a una crescita economica realistica.
8 Dicembre 2018



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