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Fonte: Il fatto quotidiano
Guerra aperta tra imputati e indagati nella “quarta gamba” del centrodestra laziale
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“Tu sei imputato per truffa, sei peggio tu”. “No, tu sei indagato per corruzione, sei peggio tu”. Uno contro l’altro, praticamente “amici”. E’ a dir poco tragicomica la guerra a chi è più impresentabile che in queste ore sta andando in scena nel segmento romano di Udc-Noi con l’Italia, la quarta gamba del centrodestra che nel Lazio appoggia la candidatura di Stefano Parisi.

Missive, sms, chat al vetriolo e mini-dossier che nelle ultime ore hanno affollato le caselle di posta dei leader nazionali Lorenzo Cesa, Raffaele Fitto e Maurizio Lupi. ilfattoquotidiano.it è venuto in possesso di parte del surreale carteggio in cui i candidati si insultano vicendevolmente – sempre “nel pieno garantismo” – e minacciano di abbandonare il neo (ri)nato partito centrista. Già imploso ancor prima di presentare le liste.

Tutto nasce dalla paventata candidatura del deputato uscente Marco Di Stefano, ex Pd, con due processi in corso per concorso in falso, abuso d’ufficio e truffa che si avviano alla prescrizione, e uno per le “spese pazze” in Regione Lazio fra il 2010 e il 2012 che lo vede rinviato a giudizio insieme ad altri ex consiglieri Dem (fra cui i ricandidati Mancini, Astorre, Moscardelli, Lucherini e Scalia).

A scrivere a Fitto e Cesa sono i candidati in Regione Lazio Massimiliano Maselli, Pietro Sbardella, Giovanni Libanori e Mauro Porcelli, i quali affermano che “riteniamo che il nostro progetto politico appena realizzato con tanto impegno e sacrificio non debba rischiare danni di alcun genere, a cominciare dall’immagine”, per cui “se voi ritenete necessaria la sua candidatura, sappiate che partendo da noi firmatari di questa lettera molti altri candidati, arrivando a 26 su 32, ritireranno la propria candidatura”.

In realtà, il vero motivo dell’opposizione degli “amici” – nella storica accezione democristiana in opposizione al “compagni” comunista – è da cercarsi qualche riga più sopra, quando si afferma a chiare lettere che “riteniamo inopportuno che un soggetto politico chieda di candidarsi all’ultimo momento concentrando tutte le energie su se stesso e non avendo contribuito alla formazione della lista”. Tradotto: se questo si candida, noi restiamo senza poltrona.

“È il bue che dice cornuto all’asino”, rispondono in un’altra lettera “eletti, segretari provinciali e comunali, dirigenti e attivisti dell’Udc”, alla quale allegano un’ampia rassegna stampa sulle presunte malefatte dei loro “amici”. Ed ecco tornare all’attenzione dei leader nazionali l’indagine per finanziamento illecito a carico di Pietro Sbardella – consigliere regionale e figlio di Vittorio “lo squalo”, potente dirigente Dc negli anni ’80 – nell’ambito dell’inchiesta sugli appalti truccati della sanità in cui è coinvolto anche il deputato uscente (e ricandidato) di Forza Italia, Antonio Angelucci.

Fra i candidati – e firmatari della prima missiva – figura anche Giovanni Libanori, attuale consigliere della Città Metropolitana di Roma, indagato per rivelazione di segreti d’ufficio nell’ambito dello scandalo sulle false manutenzioni in Cotral e per concorso in abuso d’ufficio nell’inchiesta sulle mense di Atac e Cotral. I due fanno parte del correntone romano che fa capo a Luciano Ciocchetti, candidato dal centrodestra alla Camera nel collegio Roma 1 Centro Storico contro il premier uscente Paolo Gentiloni.

L’ex vicepresidente della Regione Lazio è stato citato dal costruttore Sergio Scarpellini – l’inchiesta è quella che ha portato all’arresto di Raffaele Marra, ex braccio destro della sindaca di Roma, Virginia Raggi – fra i politici che hanno ottenuto case in cambio di favori al pari di Mirko Coratti (fra i condannati di mafia capitale) e Irene Pivetti. Contattato da ilfattoquotidiano.it, Ciocchetti ci mostra il suo casellario giudiziario ritirato in Procura di Roma il 23 gennaio 2018 in cui si attesta che “non risultano carichi pendenti” e risulta “nulla”. “Non credo che in molti li abbiano così”, commenta lo stesso Ciocchetti.
4 Febbraio 2018



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