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Fonte: Il Giornale
Così (purtroppo) è ridotta l'Italia
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Eccola, la foto. Roma, Piazza Indipendenza, se vai un po' più avanti e svolti a sinistra vedi partire i treni. Un marciapiede, la coda di un motorino parcheggiato da chissà quanto, pezzi di vita sparsi a terra, all'angolo una coperta che cade su un sacco sopravvissuto alla notte, rifiuti sparsi lungo la strada, due bottiglie di birra, una in piedi l'altra sicuramente vuota che ha smesso di girare, il coperchio largo di una pentola o di un bidone, un giaciglio improvvisato, una donna con la testa leggermente rialzata, i capelli castanobiondo, un fuseaux antracite sceso poco sopra il ginocchio, la pelle diafana e le gambe aperte.

Su di lei si sta appoggiando un ragazzo di colore, non dovrebbe avere più di trent'anni, con una polo a maniche lunghe verde mediterraneo. Non si baciano e non sono abbracciati. Scopano. Come in una pozzanghera, come in uno specchio d'Italia che riflette tutto, voglie, desideri, prospettive e paure.

Quello che si sente non è l'odore del sesso. È monnezza. Il sesso per strada è esibizione e a Roma, forse, è pure roba antica. Lo raccontava Catullo, con Clodia, alias Lesbia, sudicia negli angiporti che accarezzano il Tevere. Se chiudi gli occhi scompare, sparisce, passa, tanto questa città mica si scandalizza per due corpi avvinghiati sotto il sole.

Ne ha viste tante e niente rimane. La monnezza no, ti si appiccica addosso. E non è solo una questione di rifiuti, di scarti o di pantegane grasse e lente che passano davanti ai marciapiedi scrostati dei ristoranti, quella puzza è un'ombra, un profilo, come un confine, una sorta di parassita morale che si arrampica fino al cervello e ti segue, va a Termini e prende il treno per Milano e scende in Centrale e poi si diffonde in tutte le arterie e si perde nelle vene di ogni angolo d'Italia. Questa puzza di monnezza tatuata sulla pelle, e che quasi non sentiamo più, è il segno di un Paese incancrenito. È il nostro odore e non passa. Questa puzza siamo noi.

Non serve più a niente chiudere gli occhi. Eccola, quindi, la foto. Qualcuno dice che è un simbolo, perché ci trovi, ci leggi, tutto quello che non si sa come affrontare: metropoli abbandonate a se stesse, lerce e insicure; l'illusione di una città amministrata dai cittadini, lo sguardo di chi arriva da turista per inebriarsi di passato e magia e se ne va con il sospetto di aver sbagliato strada, perché da tempo le strade non portano più a Roma; l'incapacità della politica di rispondere a qualsiasi domanda, il modo in cui ci siamo incartati nel gestire i flussi delle migrazioni, l'idea che il buon senso sia una merce sempre più rara; il degrado delle stazioni e dei punti di snodo, come a Milano, come a Napoli, con il timore di sputtanarsi davanti ai bempensanti se si mette un po' d'ordine o si sgombera; e quella sensazione di naufragio, come chi attraversa questo tempo su un battello ubriaco.

Sono questi in fondo gli anni che viviamo. Un giorno magari ci chiederemo come siamo diventati periferia, perché questo ci racconta la foto. Non siamo riusciti a recuperarle, le periferie, solo parole, e ora si stanno vendicando.

Tutta l'Italia solo come una grande distesa di periferie, una dopo l'altra, senza identità, senza punti di riferimento, senza mappe, senza certezze. È quello che accade quando smetti di pensare il futuro e ti accontenti di sopravvivere giorno per giorno, con la miseria che si allarga e avanza, sotto il peso di una crisi senza misura e sempre più gente nel territorio dei disillusi e dei senza speranza, che non si stupisce più e non fa più caso alla puzza della monnezza, ma scrolla le spalle e lascia fare. Rassegnata.

Sembra di ascoltare il monologo di Marcello Mastroianni in Dramma della gelosia, mentre si rivolge al giudice: «Signor Presidente, ma lei lo sa che a Roma due esseri che si amano nun sanno dove mettere piede perché è tutto una montagna de monnezza?! Sette colli, sette colli de monnezza! È la città più zozza d'Europa! E gli stranieri dicono che fa schifo... ma più schifo fanno quelli del Comune, che so' solo capaci de farse elegge per ave' il potere».

Questa Italia che alla fine è solo un corridoio, dove si arriva e si parte, magari per cercare fortuna in Germania, in Nord Europa o almeno in Svizzera. E chi ci vive spera di andarsene, sogna la fuga, neppure più per sé, ma per i figli. Nei luoghi di passaggio non c'è decoro, butti le cose come va, le lasci per terra, tanto non ci devi stare per sempre, è un posto provvisorio, un vicolo stretto e lungo, come gli angiporti di Lesbia, come i bagni delle stazioni di servizio, come quelli di discoteche troppo affollate dove sudore e sballo sono un intruglio afrodisiaco.

Che cura vuoi avere se alla fine tutto è provvisorio? Qui e adesso, perché domani è una truffa. Non si sa neppure se si vota, e pure se si vota non cambia niente. Quello che si sente qui, nella città eterna, e si diffonde verso Sud e verso Nord, non è il ponentino caro a Rugantino. È un vento di scirocco, caldo e appiccicoso, dove non si muove foglia, dove tutto è fermo. Roma, non per colpa di chi viene da Sud o da Est, ma per scelta di chi la incarna e di chi negli ultimi decenni l'ha pensata, scritta, raccontata, non è più Occidente. È la parola di chi non vede niente. C'è solo un po' di nebbia che annuncia il sole. Andiamo avanti tranquillamente.
6 Maggio 2017



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