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Anche una goccia serve al mare della solidarietà
Di Francesco Bitto, Lunedė 14 Gennaio 2014 - Commenti (0)

Vi siete mai chiesti perché quando vediamo un ragazzo al semaforo chiedere l'elemosina la prima cosa che pensiamo è dargli una mano? Per poi sentire arrivare nella nostra testa quella domanda: "ma questo mi sta fregando?". Viviamo addentrati nel peggior futuro divenuto presente, psicologicamente sequestrati da una crisi economica senza tempo, dove dovremmo applicare il motto mors tua vita mea ed invece continuiamo a cercare negli occhi di un conoscente, di un passante, a volte anche del nostro peggior nemico, aiuto e solidarietà, quantomeno morale, al fine di non cascare nel baratro di una solitudine allarmante, vissuta nonostante attorno a noi ruotino migliaia di persone. Perché tutto questo? Con ogni probabilità perché le continue informazioni dai media seguitano ad arrivarci addosso come gocce d'acqua sotto un temporale, inzuppando di pessimismo la nostra voglia di allegria, di speranza, di andare fuori da questo tunnel da dove s'intravede solo una luce flebile, tanto ci appare lontana l'uscita. Allora penserete che chi scrive è un pessimista, un leopardiano incallito convinto che avendo la ragione bisogna dare spazio obbligatoriamente all'infelicità... invece no, tutto il contrario. Questa riflessione vuole essere l'inizio di un percorso obbligato ma sereno, al fine di poter acquisire, all'interno di noi stessi, una risoluzione forte e duratura nel tempo. Forse non ci avete mai riflettuto profondamente ma l'aiuto reciproco ci rende speranzosi e consapevoli di pensare che il prossimo possa fare lo stesso per noi (almeno questa è la sensazione che provo) e questo ci rafforza facendoci andare avanti giorno dopo giorno, raccontando alla nostra coscienza di un futuro migliore, senza famiglie che soffrono, senza nonni costretti a mettere sotto la giacca un tozzo di pane, senza uomini deturpati della propria dignità perché obbligati a non saldare i loro debiti materiali, e non solo, anche quelli morali con la vita e le persone che li circondano. Questa forse potrebbe essere, con ambizione, la prima medicina da prendere per il male del nostro tempo: darsi al prossimo. Darsi al prossimo non è difficile, basta essere meno altruisti verso il tempo a nostra disposizione dedicandoci al prossimo come se ci si dedicasse a noi stessi, come riflessi in un ruscello trasparente dove chi sta dall'altra parte fa le nostre stesse mosse, senza rifletterci, senza esitazioni né condizionamenti, ma solo perché è naturale farlo; pensare al prossimo come se fosse un parente stretto, un fratello, un figlio, una madre o un padre, perché se faremo star bene il nostro vicino, tutto il mondo che ruota attorno a noi vivrà meglio e prima o poi, scusate il fatalismo, ci ricompenserà. Quantomeno così facendo daremo una mano a limare via dalla società una parte di quelle persone "cattive" per bisogno che grazie al nostro aiuto non avranno convertito la propria indole, in origine benevola, in una necessaria cattiveria acquisita per tirare a campare giorno dopo giorno. Detto questo cerchiamo di essere più comprensivi e lasciamo che la solidarietà ci accarezzi l'anima, Adesso quando vedi una persona in apparente difficoltà non farti condizionare dal pensiero "questo mi sta fregando" perché potrebbe essere la società che stia fregando lui.


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Opinionista
Francesco Bitto, nato e diplomato a Messina lascia la sua città nel 1991 per lavoro, Laureato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali, vive e lavora in provincia di VERONA, dipendente della P.A., ha vissuto e lavorato anche in Toscana e nelle Marche, ama scrivere ed esprimere le proprie idee senza paura per cercare di migliorare l’italia, ma sempre con Messina nel cuore.